Innamorarsi del Mare - racconto

Pubblicato il da viveredimare

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Il desiderio di navigare mi è stato trasmesso sicuramente dai miei zii materni Ferruccio e Rino, originari di Bellaria (FO) , ambedue marinai imbarcati su mercantili che solcavano i mari di tutto il mondo.
Da bambino, in occasione dei brevi periodi di licenza degli zii, ero affascinato dai loro racconti e dai regali che di volta in volta mi portavano.
Si trattava spesso di oggetti costruiti con le loro stesse mani durante le ore libere dai turni di guardia a bordo. Quasi sempre erano costituiti da natanti di tutti i tipi, sempre funzionanti e autonomi;
velieri di diverse dimensioni, piccoli motoscafi a lunga carica elastica e addirittura un sommergibile della lunghezza di 60 cm. circa con propulsione a gas di acetilene provocata da un piccolo pezzo di carburo, ed un poco di acqua, inserito in una minuscola camera d’acciaio a chiusura stagna.
Potevo regolare la profondità voluta semplicemente aprendo o chiudendo un rubinetto che permetteva l’immissione (o il deflusso) di acqua di mare nel sommergibile. Era un piccolo capolavoro di più di 60 anni fa!!
Da bambino trascorrevo le estati a S. Mauro Mare (FO) e passavo tutto il tempo a fare navigare i miei velieri o a divertirmi a dirigere il piccolo sommergibile – immerso di circa un metro –verso persone che facevano il bagno e che fuggivano spaventate a questo “tocco” sottomarino.
All’età di 10 anni avevo preso dimestichezza con un “moscone a vela” che il bagnino “Adolfo” mi prestava nelle ore di pausa (dalle 13 alle 15), cosicché presto sono stato invitato dallo stesso bagnino ad uscire in mare in qualità di istruttore per i pochi neofiti della vela.
A 11 anni, nel ’43, siamo in piena guerra e le spiagge dell’Adriatico erano deserte anche d’estate.
I tedeschi dopo un bombardamento navale su Rimini, avevano rinforzato le difese sulla costa romagnola con casematte munite di mitragliatrici e protetta da cavalli di frisia posti sulla spiaggia; temevano uno sbarco alleato.
Alla fine di aprile dello stesso anno, in una notte buia a Torre Pedrera (a 5 km. a nord di Rimini) venne dato l’allarme! Si accesero i fari verso un punto a poche centinaia di metri dalla spiaggia verso il mare, e subito partirono raffiche di mitragliatrice pesante.
Alla luce del giorno successivo tutti si accorsero che il fuoco era stato concentrato non verso un mezzo da sbarco (come credevano i tedeschi) ma verso un enorme capodoglio di 18 mt. di lunghezza che si era arenato sui bassi fondali di sabbia.
La notizia si diffuse rapidamente e una folla numerosa – proveniente anche dai paesini dell’entroterra come S. Mauro, Sant’Arcangelo, Savignano – accorse a vedere questo enorme pesce che veniva trainato a riva da una cordata di parecchi buoi.
Naturalmente fra i tanti bambini accorsi c’ero anche io. Lo spettacolo che mi si presentò è ancora vivo e presente nei miei ricordi.
Dopo 5 giorni tornai sul luogo con mio padre e lo spettacolo che vidi fu impressionante: di quell’enorme cetaceo era rimasta solo la spina dorsale in tutta la sua lunghezza; e nell’aria persisteva un puzzo nauseante.
Mio padre mi raccontò che tutta la carne ed il grasso erano state asportate a pezzi dalla gente per farne sapone, prodotto che in periodo di guerra era diventato introvabile….

Nel 1946, ai miei 14 anni, l’orrore della guerra è ormai alle spalle, siamo in piena ricostruzione e ripresa delle attività.
Mio nonno paterno in quel tempo era proprietario di un “emporio” dove vendeva di tutto: dagli alimentari alla ferramenta e importava dalla Norvegia grosse botti di baccalà e stoccafisso conservati.
Queste botti erano formate da grosse asse di legno grezzo lunghe circa due metri.
Guardando il legno ricurvo di quelle botti ho immaginato la mia prima barca; e quando il baccalà fu tutto venduto mi sono appropriato della botte vuota ricavandone il materiale necessario per iniziare a costruire una barchetta tutta mia.
Con il consiglio del vecchio falegname Alessandro – ottimo costruttore di calessi e biroccini- vicino di casa, che mi aveva benevolmente sopportato sin da piccolo a trafficare nel suo laboratorio, sono riuscito a portare a termine il lavoro in 4 mesi.
Il risultato fu simile a quello che oggi viene chiamato “optimist”.
L’albero fu ricavato da una stanga da “biroccino” che, presentando alcuni difetti, mi era stata donata dal falegname; le sartie, lo strallo ed il paterasso erano costituiti da cavetti telefonici militari di colore rosso verde e giallo che nel dopoguerra venivano raccolti a rotoli da noi bambini. Il problema della vela fu risolto con l’aiuto fondamentale di mia madre che, utilizzando un “torsello” di cotone, mi costruì, utilizzando la vecchia Singer a pedali, la più bella randa mai vista. La complicità di mia madre - che lavorò di notte alla mia vela, mantenendo il silenzio con tutti i membri della mia grande famiglia matriarcale governata dalla nonna paterna – fu per me, e lo è ancora di più oggi, un motivo per ricordarla con grande amore.
Il segreto riguardava il “torsello” di cotone sottratto dal vecchio corredo della nonna, che era conservato ancora chiuso gelosamente in un baule antico.
Nel giugno di quell’anno varai la mia prima barchetta e quell’estate fui molto impegnato a portare le opportune e necessarie piccole modifiche per farla navigare al meglio.
Durante l’inverno successivo, per effetto del sale del Baccalà che aveva impregnato le asse, il fasciame della barchetta si contorse e si sfasciò; non mi fù possibile recuperarla.
Per l’estate del’47, a quindici anni, avevo già costruito la seconda barca copiando come modello un osso di seppia. Il materiale era costituito da sottili assi di faggio ricavate da vecchie cassette di frutta e di sapone, scartate dall’emporio del nonno. Avevo ricavato l’intelaiatura copiando la struttura del “prete” (arnese utilizzato per riscaldare i letti durante l’inverno) e utilizzando strisce di compensato incollate; questo è stato l’unico materiale che ho potuto comperare con i miei pochi risparmi. La vela ed il sartiame ed altri piccoli accessori, provenivano dalla prima barca.
Non ne risultò una vera imbarcazione come la prima, ma una tavola a vela molto elegante e dipinta a smalto bianco, che si poteva governare in piedi o anche stando seduti in mezzo alle alette dell’osso di seppia, alette che evitavano di scivolare in mare.
Era lunga tre metri, larga circa 70 cm.; la bombatura dello scafo partiva sottile da prua, si sollevava gradualmente verso il centro dove raggiungeva i 20 cm permettendo di stare sollevati rispetto all’acqua, e ridiscendeva verso poppa. La carena era completata da due lunghe pinne stabilizzatrici, poste una per ciascun lato, ed il timone, leggero, di compensato, veniva manovrato stando in piedi, ed utilizzando per muovere la piccola barra il piede sopravento.
Insomma si trattava di un avo del wind surf di oggi con la differenza che aveva un albero fisso, una randa latina, ed un timone. Era velocissima, e, superate le prime difficoltà – per cui all’inizio ero più a mollo che sulla tavola – poi non ho mai più scuffiato anche con mare molto forte.
Con questa tavola ho trascorso tre estati stupende, concludendo così il periodo più spensierato della mia vita legata al mare.

Nel giugno del 1950, a 18 anni, ho abbandonato gli studi per intraprendere un viaggio a bordo del “Mauro Sante” una nave mercantile di 1500 ton. A bordo della quale mio zio Rino era capo motorista.
Nelle intenzioni di mio zio c’era la convinzione che attraverso una esperienza dura e di sacrificio potessi abbandonare l’idea di interrompere gli studi per intraprendere una carriera nella marina, come da mio desiderio.
Non essendo in possesso di un regolare libretto di navigazione né della iscrizione alla gente di mare, mi imbarcai come passeggero, per gentile concessione dell’Armatore Savini di Bellaria, naturalmente su pressione di mio zio.
L’equipaggio era composto di 13 marinai di cui sette algerini e i restanti italiani.
Il capitano Ghino Gori di Bellaria era un marinaio eccezionale, un vero lupo di mare. Il suo carattere burbero e duro, di poche parole, esigente in navigazione, si trasformava a terra in gioviale e gentile con tutto l’equipaggio.
Il “Mauro Sante” era uno degli ultimi brigantini a vela, che, negli anni trenta con l’avvento del motore a scoppio, fu trasformato strutturalmente. Lo scafo fu rivestito in ferro; i due alberi, dimezzati in altezza, diventarono le gru per il carico e lo scarico delle stive che costituivano tutto lo scompartimento sotto coperta. A poppa aveva un ponte rialzato dove troneggiava la cabina di comando e sul retro la cucia. Sette cuccette erano sistemate a poppa sotto coperta, compresa l’unica cabina riservata al Capitano, e altre sei erano sistemate a prua sopra la cassa della catenaria dell’ancora. E’ impossibile descrivere i colpi assordanti della catena quando la nave rollava o beccheggiava, e quanto era difficile dormire e riposarsi.
Per accedere al compartimento di prua bisognava attraversare, senza protezione, tutta la lunghezza della stiva sopra coperta, e spesso durante le burrasche gli uomini rimanevano isolati, perché si rischiava di essere scaraventati in mare dalle onde che spazzavano il ponte.
La strumentazione di bordo era costituita da una bussola, un sestante, rotoli di carte nautiche, un compasso, due parallele, una matita, una gomma per cancellare e una campana esterna alla cabina di pilotaggio per avvertire la presenza della nave in caso di nebbia.
Oggi sarebbe considerata una “carretta” inidonea alla navigazione; ma ai miei occhi era la più bella nave del mondo.
L’ormeggio fisso della nave era a Genova da dove siamo partiti. Dopo avere effettuato scali a Nizza e Malaga dove abbiamo caricato merci varie, siamo usciti dallo stretto di Gibilterra in direzione nord verso la Normandia e così ho visto per la prima volta l’oceano.
Le sue enormi onde, le burrasche (fu terribile nel Golfo di Guascogna dove perdemmo una parte del carico sopra coperta costituito da grosse botti di vino “Porto”), le grandi maree, le belle giornate di sole, le balene.
Al ritorno abbiamo circumnavigato l’Africa toccando quasi tutti i porti importanti fino a rientrare nel Mediterraneo attraverso Suez.
Naturalmente a bordo svolgevo tutte le attività in aiuto ai marinai – anche se non ero a libro paga- ma soprattutto approfittavo di ogni momento per stare vicino al Capitano “Ghino”. Fortunatamente questo rude marinaio mi prese sotto la sua tutela e, sia pure con metodi bruschi, mi ha insegnato tanto della navigazione e del mare che ancora oggi navigo come ho imparato da lui, snobbando il più possibile tutto quanto la strumentazione elettronica ha rivoluzionato in questi anni.
Ho imparato a distinguere l’odore dei venti, ad avvertire un cambiamento atmosferico prima che si verificasse, a rispettare il mare, ad amarlo e ad averne anche paura.

 di Massimo Maioli  

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